Elixir di Giulia Cocchella

Nonostante tutte le precauzioni prese in vita, anche al console di Danimarca toccò di morire.

Quando tornava a quel giorno, il giorno della sua morte o della sua dipartita o del suo transito a miglior vita (ora non sapeva davvero come chiamarla), insomma quando ripensava ai suoi estremi istanti nel mondo di là, sentiva di nuovo comporsi sul suo viso quell’ultima espressione, una maschera che qualcuno dall’alto gli aveva calato sugli occhi senza preavviso, una maschera che non era la sua.

Non avrebbe mai creduto di potersi ricordare della sua morte, invece se la ricordava eccome e più tornava a quel momento, più si convinceva che la morte non gli si addicesse.

Doveva essere per quello che vagava da mesi nel giardino.

Aveva imparato a riconoscere ogni rosa, ogni pianta officinale, ogni insetto che ronzava nell’aria del mattino e della sera. Sapeva che le calendule avrebbero aperto i petali più tardi se il cielo era velato, conosceva le foglie tristi della salvia quando piove e il profumo delle arance, ora più intenso, ora più lieve nei diversi momenti del giorno. Tutte cose che avrebbe potuto vedere anche da vivo, se non fosse stato così impegnato dai suoi compiti di console (che poi cosa facesse da vivo non riusciva più a ricordarselo bene). Ad ogni modo, adesso era libero di passeggiare, di osservare, di menare in giro il naso da una corolla all’altra, come fosse la proboscide di una farfalla, anzi con la sensazione che la sua testa fosse diventata un gigantesco retino per farfalle, un universo di maglie larghe e svolazzi. Perché la sua testa di trapassato era insolitamente leggera, piena di niente, avrebbe detto, se non che ogni tanto un pensiero si muoveva da un orecchio all’altro, ma senza urgenza, con una pigrizia che mai aveva sperimentato in vita.

Se questo era morire, avrebbe firmato per l’eternità.

Ma era chiaro che qualcosa era andato storto, che in quel momento cruciale, il momento della maschera tanto per intenderci, quando lo spirito avrebbe dovuto lasciare il suo corpo mortale e prendere il volo, scortato da nuvole tonde – si immaginava – dense di angeli, in quel momento qualcosa si era interrotto e lui era rimasto a metà del viaggio.

Aveva sorvolato la sua terra, la Danimarca, così piccola da quella prospettiva, poi il Mare del Nord quasi a pelo dell’acqua, poi la Francia seguendo in volo il profilo delle Cattedrali, fino a perdere quota in prossimità di Genova, a ruzzolare senza farsi un graffio sui tetti grigi delle case per finire nel giardino dei frati di Sant’Anna.

Dritto in un cespuglio di rose da sciroppo.

Niente lividi o ginocchia sbucciate, niente di niente.

Il problema stava a monte: il problema era quel corpo che non accennava a dissolversi.

Che fosse il giardino dei frati lo sapeva e basta, anche se non ricordava altro. E i frati a volte uscivano all’aperto e si muovevano accanto a lui come fosse un albero o un sasso. Aveva subito inteso che non potevano vederlo, però il suo corpo doveva avere ancora una qualche consistenza anche nel mondo di là perché quelli giravano scalzi attorno a lui, nei loro sai scuri, in una danza lenta e inconsapevole, guardandosi bene dal pestargli i piedi o sfiorargli un braccio, proprio come avrebbero fatto con un console vivo. Aveva ottenuto un certo rispetto anche da morto, gli piaceva pensare.

Nel giardino il tempo passava lento, se ancora di tempo era il caso di parlare. Piuttosto gli pareva che tutto si fosse trasformato in un indolente divenire di colori e profumi, anzi doveva essere così da sempre, ma nel mondo di là non se ne accorgeva.

Dopo una vita trascorsa a lavorare senza sosta, si trovava a dover ammazzare il tempo, solo che non aveva fatto pratica da vivo e ora, ammazzare il tempo da morto, solo l’idea lo faceva ridere di gusto.

Altra cosa singolare, questa, perché il console di Danimarca, il console in vita, non rideva quasi mai.

Ad essere proprio onesti, il console da vivo non faceva che pensare alla morte, quindi si capisce che avesse poco da ridere. Lavorava, sgobbava, parlava molte lingue, poi la sera metteva le mani in tasca e andava al porto a guardare il mare.

Stava anche un’ora davanti al mare.

Poi arrivavano i pescatori. Così smetteva di guardare il mare e iniziava a guardare i pescatori.

Finché era troppo buio per guardare qualsiasi cosa.

Al buio, come un bambino, il console di Danimarca aveva paura.

Il giardino dei Frati era confortevole, l’erba sotto i piedi morbida, l’aria profumata. Non sapeva dire perché fosse finito proprio lì e perché non riuscisse a uscirne. Che poi, uscire per andare dove? C’era frutta a sufficienza per sfamare un uomo, un uomo che avesse fame. E lui nemmeno aveva fame, né sete, né un desiderio in particolare.

Non era sempre stato così, questo se lo ricordava bene. Sapeva di aver avuto in vita un desiderio grande, che lo teneva sveglio di notte, e di giorno gli faceva ruotare gli occhi a sinistra, il mento appoggiato al palmo della mano. Era un desiderio potente e ora gli pareva di averlo afferrato, ora che si era messo a sedere sotto un albero per provare a concentrarsi meglio.

All’improvviso si ricordò di un coniglio, dipinto in blu su un vaso da farmacia. L’animale stava in equilibrio sulle zampe posteriori e con quelle anteriori teneva un pestello di legno che terminava in un paiolo bianco. Il coniglio era racchiuso in una cornice tonda che lasciava intendere che attorno a lui si dispiegasse un paesaggio brullo e bluastro, lunare. Poi rivide il vaso e la scritta, in bella grafia: Elixir Vitae. L’elisir di lunga vita! Le gocce d’oro dell’immortalità! Risuonò dentro la sua testa la voce di un uomo che gli diceva solo tre gocce al giorno, poi richiudeva il vaso di ceramica e lo sistemava sullo scaffale in alto, dietro il Cinnamomo, perché restasse nascosto alla vista. Quindi l’uomo si girava verso di lui e gli sorrideva: era il frate speziale. Ora poteva rivedere tutta la speziaria, i vasi sugli scaffali, gli alambicchi per i distillati, una piccola bilancia e altri strumenti di cui ignorava l’uso, adesso come allora.

Solo tre gocce e la paura del buio sarebbe svanita, la luce non si sarebbe mai spenta. Luce a volontà, tutta quella che desiderava e un po’ di più. Eccolo il suo desiderio.

Il volto del frate speziale era un groviglio di rughe quando gli sorrise, come se Dio avesse giocato a disegnare un labirinto proprio sulla sua faccia. Questo, in qualche punto del suo robusto stomaco danese, gli aveva procurato un fastidio, un dolore piccolo ma pungente. Il suo viso, aveva pensato, non avrebbe mai conosciuto una ruga, un cedimento. E fu così davvero.

C’erano anche un mortaio di marmo bianco e uno più piccolo di legno, e poi il Crocifisso – come aveva potuto dimenticare? – che dall’alto della parete bianca, anche lui bianco, esangue, quel giorno aveva scosso la testa in segno di disapprovazione. Nella sua direzione, ne era certo.

Il frate non si era accorto di nulla perché era voltato dalla parte opposta, ma un istante dopo prese un respiro profondissimo a cui fece seguito uno starnuto colossale che fece tremare tutti i vasi, tintinnare i barattoli, sbattere i piattini delle bilance tra loro, come un terremoto. Così il console aveva avuto fretta di andarsene.

Poi gli era parso che il frate speziale lo richiamasse  indietro e si era voltato. Che stai facendo, gli pareva di avere udito, o forse era che te ne fai o cosa farai, non avrebbe saputo dire. Ma il frate negò, disse niente, disse con permesso e sparì dietro l’arco di pietra mentre il Crocifisso, ancora lui, alzava gli occhi al cartiglio dove al posto di INRI campeggiava un enorme, tornito punto interrogativo.

Mentre il console di Danimarca si allontanava dalla speziaria, quasi correndo, nell’aria attorno a lui, a riempire ogni spazio lasciato libero dagli oggetti, l’odore intenso delle rose faceva svaporare i pensieri.

Le rose del giardino.

Si guardò attorno e capì dove si trovava.

Il vento della sera sollevò da terra un profumo dolce che si infilò nel naso consolare, solleticandolo.

Nel cielo stava sorgendo una luna tonda e azzurrina nella quale chissà perché gli parve di leggere Nos medicinam paramus, Deus dat nobis salutem , ma doveva essersi sbagliato perché un istante dopo passò una nuvola, nascose la luna, e quando si ritirò non c’era più niente.

Il console di Danimarca trovò un cuscino d’erba lì accanto, si distese e contò pigramente le stelle.

Se questo era morire, avrebbe firmato per l’eternità.