Frà Merlino e la farmacia di Stefano Ruffatto

Correva l’anno 1696 ed era appena stato nominato farmacista fra Merlino dell’Annunciazione, un frate di ventiquattro anni.
Fra Merlino era basso di statura, piuttosto esile e snello, con un’andatura da giovane sportivo, i suoi capelli erano folti e corti, di un colore biondo chiaro, sempre spettinati. I suoi occhi erano azzurri come il mare di agosto e illuminati dalla spensieratezza e dall’infinita gioia di vivere che hanno sempre i giovani frati.
La sua voce era un po’ infantile, ma squillante come una piccola ma carina campana che scandisce le ore.

Per apparire più uomo si lasciava crescere una timida barba bionda che gli circondava la bocca come se avesse bevuto un boccale di birra e la schiuma gli fosse rimasta perennemente sulle labbra.
Aveva un carattere aperto, solare, spiritoso, era un tipo molto laborioso, gentile e generoso con i confratelli e con le persone che incontrava, un suo grande difetto era quello di essere un maestro del disordine, cosa che non si addice ad un farmacista che, nel suo lavoro, deve essere attento e preciso.

Fra Merlino era comunque molto interessato ad imparare l’arte di guarire con le erbe, ma sapeva che per diventare un ottimo farmacista ci sarebbe voluto diverso tempo e anche molta esperienza.
Il padre Priore temeva che con fra Merlino la farmacia non potesse andare avanti come lui desiderava, ma come sempre avviene nelle situazioni difficili, intervenne Qualcuno dall’Alto: il Signore.
Il Signore fece capolino nel sonno del Priore e gli disse di non farsi dei problemi, avrebbe messo alla prova fra Merlino per poter giudicare se avesse avuto le capacità per condurre la Farmacia.
E così fu.

Il giorno dopo, l’intera comunità carmelitana di Sant’Anna, si mise a letto per una febbre altissima che colpì tutti tranne fra Merlino.
Tutti aspettavano che il neo farmacista preparasse un medicinale che facesse passare quella noiosa e terribile influenza che aveva interrotto la tranquilla vita della comunità.
Il giovane farmacista non sapeva che pesci pigliare: consultò nuove e vecchie ricette, lesse centinaia di pagine di preziosi manoscritti, ma niente, non riusciva a trovare una medicina per curare i confratelli.
Non gli restava che affidarsi alla sua fantasia e a quel poco di pratica che aveva fatto nella farmacia, certamente anche lui si rivolse al Signore che, in quel momento, avrà fatto finta di non sentire le sue preghiere.
Preparò tanti bicchieri quanti erano i confratelli ammalati e li riempì con dell’acqua calda nella quale versò un bel cucchiaio di Sali inglesi.
I confratelli bevvero con ben poca fiducia quell’acqua dal pessimo sapore.

Dopo un’ora l’aria che si respirava nei corridoi del convento non aveva affatto un profumo di fiori di campo, ma un odore ben rintracciabile: i sali inglesi avevano svolto il loro compito, possiamo affermare che la febbre era passata a tutti ma per parecchie ore si fecero sentire gli effetti della medicina.
Il padre Priore ringraziò fra Merlino abbracciandolo e così fecero gli altri confratelli.
Passato un po’ di tempo il Signore volle di nuovo mettere alla prova il giovane farmacista.
Questa volta fu una prova veramente decisiva e ne informò, sempre in sogno, il padre Priore.
Il giorno seguente fra Merlino, come sempre, si svegliò di buonora ma non riuscì neanche ad arrivare alla farmacia perché davanti all’entrata c’erano decine di persone che con disperazione urlavano di voler guarire: erano tutti appestati.

Più passava il tempo più le persone ammalate aumentavano di numero ed erano persone di ogni ceto: c’erano nobili, contadini, mendicanti, commercianti, pescatori, artisti, la peste aveva raggiunto tutti: ricchi e poveri, anche i marinai delle navi ancorate nel porto. Genova sembrava un gigantesco ospedale da campo.
Tutti aspettavano che fra Merlino preparasse la pozione farmaceutica per farli guarire, ma la peste non è una semplice febbre e il giovane frate lo sapeva benissimo e si rivolse nuovamente al Signore che, in sogno, gli rispose che se la doveva cavare da solo: e così fu.
Non bastò dare agli ammalati una tavoletta contro i vermi, ci voleva ben altro.
Pensò che fra tutti i prodotti che aveva in farmacia ce ne erano parecchi che anche a dosi massicce non avrebbero danneggiato le persone ammalate e allora li mise in un grande pentolone, miscelò la manna, lo zucchero bianco, il decotto di china, il rosolio, l’erba luisa e aggiunse anche dell’unguento per la rogna.
Questa volta a rivolgersi al Signore furono gli ammalati prima di bere quella specie di minestrone disgustoso: ma era la loro ultima speranza.
Inspiegabilmente e fortunatamente guarirono tutti e fra Merlino fu portato in trionfo per le vie di Genova fino al porto dove tutte le navi suonarono le loro campane per ringraziarlo.

Da quel giorno la farmacia di Sant’Anna divenne la farmacia più famosa di Genova e della Liguria e da lassù, ancora oggi, Qualcuno l’ama.