Botta e risposta di Nicoletta Retteghieri

Frate Ezio chiuse il barattolo di ceramica blu e bianca della melissa e sorrise, rimettendolo a posto sullo scaffale.

Erano le cinque del mattino e si sentiva di buon umore, perché – a metà maggio – il Signore avrebbe regalato ai frati del convento di Sant’Anna una splendida giornata di sole, a quanto si poteva intuire al momento.

Verificò che la farmacia fosse in perfetto ordine, pronta per accogliere i visitatori della giornata, compiacendosi per quell’ambiente dal sapore antico e fidato, e ancor più per il retro, che amava definire la sua sala giochi, ovvero il luogo dove creava veri capolavori dagli aromi ora intriganti, ora rassicuranti.

Prima della preghiera decise di fare un salto nel giardino del chiostro, così invitante con la luce nascente che si intercalava con le foglie di un verde quasi prepotente.

Dirigendosi verso il fondo del giardino, con il sottofondo del canto degli uccelli metropolitani, si sentiva vicino alla beatitudine, la quale durò finché non giunse ai cespugli di rosa alba.

“Aaaaaaahhhh!”

Subito si portò le mani alla bocca per soffocare quell’urlo; sperava proprio che nessun confratello lo avesse sentito.

I suoi amati cespugli erano letteralmente devastati, con rami spezzati e petali sparsi qua e là, il che gli suscitò un’improvvisa rabbia, che percepì come poco cristiana.

Giunse le mani e cominciò una delle sue conversazioni doncamilliane col suo Superiore.

La differenza col sacerdote di Brescello stava nel fatto che frate Ezio si rispondeva da solo, sapendo benissimo che non era il Signore a parlargli; la voce in risposta era solo un espediente per moderare la rabbia ed altri sentimenti non troppo ortodossi.

“Scusa Signore, lo so che non dovevo gridare.”

“Ma ti pare, mi sarei inc… anch’io.”

“Signore, ma ti sembra normale che uno della Tua posizione dica parolacce?”

“Su, frate Ezio, ti ho detto mille volte che con tutte le cose cui devo pensare, questo mi sembra l’ultimo dei problemi. Sii pratico e vedi di venire a capo di questo mistero. Qualche idea?”

“Oh bella, potresti darmela Tu, l’idea, visto che sai tutto e quindi immagino Tu abbia la risposta.”

“Ma secondo te dovrei servirtela su un piatto d’argento? Cosa avrei creato a fare gli uomini con l’anima, il libero arbitrio e tutti gli annessi e connessi? Va a finire che poi tutti mi chiedete i numeri del Superenalotto e mi fate venire l’esaurimento nervoso.”

Frate Ezio stava per replicare che non se lo immaginava il suo Capo con l’esaurimento nervoso, ma sorvolò, perché il Soggetto era polemico, quando ci si metteva e, d’altra parte, qui si trattava di venire al sodo del problema, senza perdersi in inutili sofismi.

“Va bene, va bene. Però come diavolo faccio ad avanzare un’ipotesi? Oh, scusa se ho menzionato il Nemico; mi è scappato.”

“Ma cosa vuoi che m’importi di quel caprone testardo? Prima o poi tornerà da me con la coda fra le gambe, vedrai. Comunque mi sembra che potresti passare in rassegna gli abitanti di questo posto, tanto per cominciare.”

Frate Ezio guardò verso il Cielo con espressione inorridita.

“Signore! Come puoi pensare che uno dei miei confratelli sia il responsabile? Non è mai successa una cosa del genere; pensi che qualcuno di loro sia ammattito?”

“Ma proprio io devo dirti di essere pragmatico, di usare la ragione, al di là della fede? Ti assicuro che non è stato lo Spirito Santo, perché al momento è impegnato in altro, fidati. E poi senti un po’: primo, non sai realmente il perché di questa devastazione; secondo, i tuoi confratelli non sono gli unici ad avere accesso al convento; terzo, beh, che uno di loro sia ammattito, potrebbe anche essere, no? Lo sai che le vie del Signore sono infinite, in tutti i sensi.”

Frate Ezio rifletté.

Certo che il convento era aperto ad un mucchio di gente, ma la sera prima, quando era stato chiuso agli esterni, il giardino era ancora a posto.

Secondo la logica del Capo, quindi, il colpevole doveva essere un abitante del convento.

Il Capo gli lesse nel pensiero.

“Colpevole, che brutta parola. Vergognati almeno un po’, frate Ezio. Qui non siamo nel ‘Nome della rosa’ e non è stato ucciso nessuno.”

Di nuovo frate Ezio si trattenne dal replicare che, anche se non c’era stato nessun omicidio, ai suoi occhi la devastazione del roseto era un delitto bell’e buono, e poi la natura umana è fallace, e quindi un insospettato confratello poteva averlo fatto per invidia, perché no.

Si sentì un po’ sciocco a trattenersi, perché comunque il Signore vedeva benissimo i suoi pensieri, tuttavia tornò sul pragmatismo.

“E allora, Signore, che faccio? Mi sembra che la cosa più sensata sia di mostrare l’accaduto ai confratelli e chiedere se ne sappiano niente.”

“Ottimo. Ma prima, perché non guardi un po’ bene intorno?”

“Signore, tra poco devo andare a pregare, e poi ci sono le letture, le lodi, e…”

Frate Ezio si interruppe, alquanto indispettito.

Il Principale – gloria a Lui – nonostante l’iconografia che lo vuole serio, severo e anche un po’ noioso, aveva invece un temperamento giocoso e incline allo scherzo, e in quel frangente l’oggetto dello scherzo era lui.

Non che pensasse che le rose fossero state devastate direttamente dall’Alto, ma sicuramente il motivo del disastro era ben noto, Lassù, e si voleva mettere alla prova la sua capacità investigativa.

Il che significava la necessità di non farci una figura da tonti; quindi Fra Ezio cominciò a guardarsi intorno, cominciando a perlustrare proprio la zona del roseto.

Vide solo alcune coccinelle e le alacri formiche; poi, spostandosi in altre zone del giardino, ispezionò le piante grasse, opulente e gonfie di liquido vitale; le erbe aromatiche che, rigogliose, diffondevano i loro golosi effluvi, ed infine l’edera tenace, che verdeggiava copiosa e lucente.

Tracce, zero.

Frate Ezio cominciava ad averne abbastanza: l’esaurimento nervoso stava venendo a lui e si stava trattenendo proprio tanto, anche perché non aveva senso dire di tutto all’Entità di cui avrebbe cantato le lodi di lì a poco.

Stufo di cercare a vuoto, si lasciò cadere ai piedi di uno degli aranci, appoggiando la schiena al tronco e grato che il fogliame lo riparasse dal sole, che stava diventando vagamente invadente.

Si tolse gli occhiali e pulì le lenti con il bordo del saio, ed in quel momento si rese conto che stava piovendo; solo che la pioggia non era d’acqua.

Stavano cadendo le foglie dell’arancio.

Prima che frate Ezio potesse alzarsi per capire cosa stesse succedendo, qualcosa di ghiacciato gli lambì il collo.

Appena si voltò, venne il momento di urlare seriamente, dal momento che si trovò faccia a faccia – o meglio, faccia a muso – con un variegato boa constrictor.

Il quale boa constrictor non lo stava affatto – almeno per il momento – stritolando, ma lo lambiva penzolando pigramente da un ramo, intento a fissarlo quasi compiaciuto.

Frate Ezio stava raccomandando la propria anima al Supremo, quando Questi, probabilmente ridendo di gusto alla faccia sua, ritenne evidentemente di farsi sentire.

“Tranquillo, pensa a san Francesco e ai suoi animali.”

“Tranquilloooooo???? Ma Signore, mi stai chiamando a Te e credi che abbia il tempo di pensare a san Francesco?”

Si accorse di avere alzato la voce un po’ troppo, ma confidava nella misericordia e nel perdono dell’Altissimo.

“Io ti sto chiamando? Ma chi ti vuole, non pensarci nemmeno di battere la fiacca quassù; tu mi servi dove sei e ancora per molto. Dicevo di san Francesco perché lui aveva ammansito il lupo e…”

In preda all’agitazione, frate Ezio osò interrompere il Signore.

“Ma questo non è un lupo, è un boa constrictor!!!”

“Ma che diamine, non è forse una mia creatura anche lui? E quante storie, tutti ad intenerirvi con gli agnellini, i cagnolini, eccetera, e poi chissà perché, se vedete uno scorpione o – appunto – un boa, lo prendereste a randellate. Osservalo bene: non ha un musetto simpatico?”

Ora, frate Ezio fece una considerazione un po’ arzigogolata, ma alla fine utile.

Va bene che la voce del Signore non era proprio quella del Signore, ma se la sua mente arrivava a formulare simili concetti, voleva certo dire che era il Signore ad ispirarglieli.

Confortato da questa interpretazione, si costrinse a guardare l’animale.

Ed in effetti – come sempre – il Capo aveva ragione: la bestiola era tutt’altro che minacciosa e sembrava voler fraternizzare con quell’umano spaurito vestito di marrone.

Frate Ezio riuscì finalmente ad alzarsi e a staccarsi dal boa che, probabilmente un po’ deluso, tornò ad aggrovigliarsi all’arancio, facendo cadere altre tonnellate di foglie.

***

Un’ora più tardi, dopo che la notizia dell’inconsueto ospite si era diffusa per tutto il convento, frate Ezio, ancora in piedi vicino all’arancio, vide un giovanottone con una testa di riccioli castani che si dirigeva a grandi falcate verso di lui, gridando: “Tarquinio!”

Il boa, Tarquinio appunto, protese il muso, felice di avere ritrovato quello che evidentemente era il suo proprietario.

Quest’ultimo spiegò poi a frate Ezio che l’animale era scappato da casa, probabilmente utilizzando le tubature fognarie, e proprio viaggiando in questi condotti era riaffiorato in qualche bagno del convento, arrivando poi fino al giardino.

Dopo questa incredibile avventura, frate Ezio era tornato subito nella sua camera e si era inginocchiato, non solo per pregare, ma perché aveva qualcosa da dire.

“Signore, d’accordo che siamo al mondo per affrontare qualunque cosa Tu ci riservi, ma dovevi proprio farmi prendere uno spaghetto del genere?”

“Scusami, frate Ezio, ma sai… il campionato è praticamente finito; la mia collezione di francobolli è completa e a briscola san Pietro bara sempre… avevo bisogno di un diversivo ed ho scelto un tipo sportivo come te.”

Frate Ezio fu sul punto di rispondere, ma poi prevalse una buffa e piacevole sensazione: che la voce di risposta – questa volta – non fosse la sua.